growin' (maybe) |
accusation denial denali. I go about things the wrong way. more than meets the eye. my head, your shelter. a sense of wonder only slightly used. frankly I've never been able to remember if I have a Owen Wilson's nose or just a sharp self-irony. so long and thanks for all the fish. "My hovercraft ..." (pantomimes puffing a cigarette) "... is full of eels." (pretends to strike a match) |
La forma imperativa/esortativa del verbo Piacere non esiste. A nostra disposizione abbiamo solo dei surrogati imperfetti come “Anelami!” “Voglimi bene!”.
“Piaci!” non va bene, sembra quasi una rassicurazione. “Non piangere. Ti ho detto che a loro piaci! Piaci!”.
“Piacimi!” è un disastro: un mugugno contro sé stessi davanti allo specchio. Io, ad esempio, potrei auto-scongiurare me stessa di farmi piacere - “Piacetemi!” - i mandarini o l’anice, e mi vengono solo i brividi al pensiero.
Andrà ancora peggio se questa richiesta sarà indirizzata direttamente a colui che con il nostro “Piacimi!” vorremmo forzosamente introdurre nella nostra top ten.
Con “Piacimi!” renderemmo noto al destinatario che attualmente non ci piace, ma che faremmo di tutto per farcelo piacere. Sarebbe l’antitesi di un sentimento spontaneo come il piacere, e infatti io lo vedo applicabile solo a quelle cose odiose che sono i mandarini e l’anice.
Complico le cose. In realtà io sto cercando un imperativo che contenga anche una forma riflessiva: “Fai in modo che IO ti piaccia!” e lo sto cercando perché mi serve. Vorrei che lui mi desse conferma che posso zompettargli attorno senza dare fastidio.
Questa riflessione sui buchini concettuali dell’italiano è perciò un necessario gesto di stima verso chi verrà comandato di farsi piacere la sottoscritta. Esortare qualcuno a considerarci suoi gradevoli pari è un’operazione che concettualmente eseguiamo più volte nella vita e sarebbe utile che nella lingua italiana comparisse un “fatti piacere il/la sottoscritto/a” e non inutili giri di parole che fanno perdere di vista il senso puro della richiesta. Non dovremmo lasciarci scoraggiare dalla costruzione difficoltosa di un verbo che per renderlo imperativo e pure auto-diretto deve superare lo sbarramento di un complemento di termine inesprimibile.
Quando raccontiamo a qualcuno a cui siamo già affezionati i nostri interessi, quando gioiamo perché nelle sue parole ritroviamo riferimenti che prima erano isolati e ora sono diventati un punto d’incontro - compresa la narrazione della nostra pallosa quotidianità- vorremmo, ad un certo punto, prendere in mano la situazione con carisma direttivo ed esclamare: “Fai in modo che adesso io ti piaccia una volta per tutte! (Per favore, così la piantiamo con questo tiraemolla suggestivo ma estenuante)”.
Ma non divaghiamo. Proviamo a risolvere la questione nel modo più semplice, dimentichiamoci dell’imperativo. Proviamo a risolvere la questione tramite la più diffusa e più agevole domanda: “Ti piaccio?”, accompagnata da linguaggio non-verbale appropriato (che non è guardarsi le punte delle scarpe e arrossire, mentre la nostra voce si riduce a un sussurro). L’intento comunicativo non sarebbe così chiaro e cristallino.
Il nostro sguardo ammiccante e la nostra entusiasta certezza che non riceveremo un rifiuto (ma come fate voi a essere sempre così sicuri?) disorienterebbe l’interlocutore e gli butteremmo addosso tutto il peso di una nostra scelta di comportamento. Visto che in teoria non lo disprezziamo e vorremmo che anche lui non ci disprezzasse, non sarebbe un ottimo inizio caricarlo di questa responsabilità. Non trascuriamo poi le implicazioni; forse un giorno potrebbe rinfacciarci di averlo tratto in inganno e potrebbe iniziare ad odiarci, come capita attualmente a me nei confronti dei mandarini e dell’anice.
Dicendo “Fai in modo che adesso io ti piaccia una volta per tutte!” a una persona, con un’espressione sintetica che non abbiamo ancora trovato, esprimiamo sì un ordine, ma ci accolliamo anche parecchie responsabilità sul groppone.
“Fatti piacere la sottoscritta” in forma sintetica-esortativa è paritario. Sdrammatizza la situazione. Per convenzione non lo diciamo a chi ci fa schifo o a chi vogliamo in qualche modo punire. Non è lo sguardo dall’alto verso il basso di un “Anelami” o un impegnativo “Voglimi bene” (Madeché?Aò!); è piuttosto scendere a patti con sé stessi, suggerire al destinatario che vivremmo meglio con la sua approvazione, condividendone entrambi il peso, che non è un peso perché io voglio piacerti e non appoggiarmi a te, perché cerco condivisione e non un servizio assistenziale, anche se io sono pronta ad offrirti anche quello quando lo vorrai.