growin' (maybe) |
accusation denial denali. I go about things the wrong way. more than meets the eye. my head, your shelter. a sense of wonder only slightly used. frankly I've never been able to remember if I have a Owen Wilson's nose or just a sharp self-irony. so long and thanks for all the fish. "My hovercraft ..." (pantomimes puffing a cigarette) "... is full of eels." (pretends to strike a match) |
Non è stato l’impegno concomitante, ma sono stati i precedenti ragionamenti sulla bellezza legata alla prossemica che mi hanno tenuta lontana dalla cena di classe. Provo ad essere onesta con me stessa, ammettendo il motivo principale per cui non ho voluto presenziare: non è stato un prevedibile episodio di asocialità estesa al gruppo classe. Non volevo proprio incontrare di nuovo una persona simile a me. Non è questione di litigate, di risentimenti, di motivi tangibili che portano le persone a salutarsi per sempre dopo una scazzottata liberatoria.
È solo una persona. Una potenziale me dal punto di vista fisico, stesso telaio, solo un po’ più grassa, un po’ più rozza, il piedino gonfietto dentro Superga bianche, un po’ più imbranata, con una voce decisamente peggiore della mia, indifendibile nella sua vuotezza, incastrata nel suo fidanzamento siamese con un’ameba gentile ma pur sempre un’ameba, un rapporto parallelamente basato su due “tienilo/a ben stretto/a a te, perché o ora o mai più. Se perdi questo sei socialmente e sessualmente morto/a”.
Era un’entità petulante che, anche quando non mi dilettavo in queste cavalcate introspettive alla ricerca di un perché, riusciva a turbare i miei stati d’animo di adolescente basic.
Già allora ero consapevole del pericolo che stavo correndo dal punto di vista esistenziale; già allora vedevo in lei uno specchio, peggiorativo, ma pur sempre uno specchio di come sarei potuta diventare una Caporetto visiva per il mondo esterno.
Lei e la prossemica non c’entravano nulla. In quinta i professori me la schiaffarono di fianco, giocando ad un cinico Tetris con i nostri caratteri. Riusciva a sedersi con le gambe accavallate come Piero Angela, appoggiando il malleolo della sua gamba destra sul ginocchio sinistro. La sua gamba destra saliva dritta con un’inclinazione di 45 gradi.
Dalle 8 alle 13 mi ritrovavo incastrata fra la sua rotula ad altezza del mio viso e il muro della classe a destra, costringendomi ad una rotazione innaturale che ancora oggi mi porta spesso a sfruttare lo schienale della sedia come bracciolo.
Preferivo aderire al muro come un post-it piuttosto ritrovarmi per sbaglio la sua rotula rivestita in tuta acrilica Adidas in bocca – se mai mi fossi leggermente chinata sul banco per la normale attività dello scrivere - .
Dieci anni dopo preferirei un anno di catechismo piuttosto che ritrovarmela davanti ancora una volta alla cena, ulteriormente svantaggiata dal fattore tempo, visto che il tempo passa e qualche giovane comincia pure a darci del Lei. E senza dimostrare l’intenzione di starci palesemente prendendo per il culo.