growin' (maybe) |
accusation denial denali. I go about things the wrong way. more than meets the eye. my head, your shelter. a sense of wonder only slightly used. frankly I've never been able to remember if I have a Owen Wilson's nose or just a sharp self-irony. so long and thanks for all the fish. "My hovercraft ..." (pantomimes puffing a cigarette) "... is full of eels." (pretends to strike a match) |
Now and then I think of when we were together
Like when you said you felt so happy you could die
Told myself that you were right for me
But felt so lonely in your company
But that was love and it’s an ache I still remember
You can get addicted to a certain kind of sadness
Like resignation to the end
Always the end
So when we found that we could not make sense
Well you said that we would still be friends
But I’ll admit that I was glad that it was over
But you didn’t have to cut me off
Make out like it never happened
And that we were nothing
And I don’t even need your love
But you treat me like a stranger
And that feels so rough
You didn’t have to stoop so low
Have your friends collect your records
And then change your number
I guess that I don’t need that though
Now you’re just somebody that I used to know
Now and then I think of all the times you screwed me over
But had me believing it was always something that I’d done
And I don’t wanna live that way
Reading into every word you say
You said that you could let it go
And I wouldn’t catch you hung up on somebody that you used to know…
But you didn’t have to cut me off
Make out like it never happened
And that we were nothing
And I don’t even need your love
But you treat me like a stranger
And that feels so rough
You didn’t have to stoop so low
Have your friends collect your records
And then change your number
I guess that I don’t need that though
Now you’re just somebody that I used to know
I used to know
That I used to know
ieri mi recai in un locale centro commerciale di vecchia concezione con un arredo urbano di marmo marroncino e neon drammatici che tingevano aria e volti di una tristezza affascinante, catapultandomi in un ipotetico distretto di una qualche siberia. Un nonluogo così nonluogo da essere luogo.
A completare il senso di spaesamento, mi aspettava il primo piano, colonizzato dai cinesi con un negozio di abbigliamento, biancheria, biancheria sexy (le mutande rosse per lui col prolungamento imbottito a forma di cobra di pelouche), casalinghi e giocattoli.
Vagando per gli scaffali pieni di ninnoli, SICURAMENTE A MARCHIO CE, il mio freddo interiore mi condusse verso gli accessori per auto, a interessarmi di un prodotto DE-ICER per il parabrezza per quando arriveranno le gelate reali, nel mondo fisico.
Mi ero illusa che potesse funzionare, anche ad un prezzo tutto sommato contenuto, poi lessi le complesse avvertenze riguardo lo smaltimento della bomboletta vuota; forse il cesio è meno impegnativo da smaltire di un DE-ICER.
Ci vidi tante metafore, e tornai a casa a mani vuote con, se possibile, ancora un pochino di freddo in più.
My eyes are vague blue, like the sky, and change all the time; they are indiscriminate but fleeting, entirely specific and disloyal, so that no one trusts me. I am always looking away. Or again at something after it has given me up. It makes me restless and that makes me unhappy, but I cannot keep them still. If only I had grey, green, black, brown, yellow eyes; I would stay at home and do something. It’s not that I am curious. On the contrary, I am bored but it’s my duty to be attentive, I am needed by things as the sky must be above the earth. And lately, so great has theiranxiety become, I can spare myself little sleep.
Il sentimento dell’ineluttabile genera l’autentico e il suo impalpabile valore aggiunto del perfetto aiuto/amore disinteressato. Chi si rende conto di quanto sia impossibile raggiungere l’altro nell’animo, con rassegnato nichilismo costruttivo, paradossalmente è colui che saprà più avvicinarsi alla dedizione incondizionata nel momento in cui proverà a farlo.
Sto aspettando il momento in cui mi libererò del peso della mediazione e deciderò razionalmente e in modo convincente per me stessa che per stare bene bastano gli specchi di sincerità, che l’autenticità e la trasparenza nelle risposte dell’altro sono solo quello: se è tutto uno specchio, allora gli specchi di sincerità sono sincerità.
Ma spero di poterti consegnare queste ed altre parole anche prima.
Comprendere, prendere con sé, in un certo qual modo. Essere compresa, essere accettata, con la propria esperienza, i propri difetti, le proprie ripetizioni, le proprie mancanze, con il proprio sospetto, fastidioso, poiché dotata di buona memoria, di avere la sensazione di ripetersi, di non aggiungere molto al discorso globale di interazione.
La complessità che schiaccia, che rende muti quando tutti parlano. L’incantarsi di fronte alla spavalderia altrui, di coloro che argomentano, che discettano, che straparlano, che proferiscono nozioncine, che ci provano benissimo o malissimo, quando tu vieni solo sopraffatta dal tuo stesso giudizio e la mente si riempie di vuoto.
Temere la vita da Lidl, affogata nella banalità insidiosa, impalpabile eppur presente: quando lo dissi, al termine di un tuo ragionamento lucido fiammante, delle piccole lacrime sono sgorgate dai tuoi occhi, e io mi sono semplicemente sentita presa da te. Chissà se tutti prima o poi scendono a patti con quest’emozione?
Comprendiamo il mondo assieme, tu ci metti le nozioni, io questi svolazzi di sovranalisi che aggirano l’ostacolo della complessità da narrare. Forse raggiungeremo una parità nelle nostre menti, forse quando tornerai a casa e mi troverai ad aspettarti, non ti salirà la nausea, ma solo la necessità di parlarmi di nuovo.
Sarà la stanchezza; L. mi sorride e mi guarda per un tempo più lungo del solito. Se una persona ti guarda per più di 5 secondi dicono si possa incorrere in qualche fraintendimento. Mi costringe ad abbassare lo sguardo per prima, a concentrarmi sul lavoro di bricolage complesso in cui mi sono inconsapevolmente lanciata, come ogni volta, per agevolare i discorsi. Non riesco a stare ferma, parlo e avvicino l’involucro alla fiamma della candela cercando di toglierlo prima che appesti l’aria con un odore di capelli bruciati, in questo bar franchising di atmosfere messicane della Baviera più benestante. Ascolto me stessa parlare come se ci fosse un’altra persona: un meccanismo di adattamento interiore soft per riuscire a fare due cose assieme. Continuo a dire cose per non interrompere questi strani ritmi di concatenazione e mi brucio perché una pallina di plastica fusa incandescente cade, si piazza risoluta sul mio polso e decide di staccarsi solo quando si raffredda.
C’è sintonia, lo sa, e mi parla di gente che non conosco. Tenta di raccontarmi di come la sua più grande scocciatura sia quando non riesce a non vivere il weekend e sfruttarlo per fare più cose possibile. Lo guardo poco convinta pensando al senso di ordine che trasmettono le carte geografiche che ha appeso in camera e che mi hanno fatto compagnia per tutto il pomeriggio. Dice che è inquieto, che si incazza, che se le cose non vanno come dice lui diventa una bestia. Non ci credo: io ci vedo solo un carattere equilibrato, una dimestichezza rara con il mondo esterno e l’entusiasmo di quando segue con il dito le traiettorie attraverso i monti e i pallini delle città creando itinerari, esclamando: “E poi andiamo qui che è bello!”, alzando lo sguardo in attesa di proposte. Ed è facile fornire pareri simili o contrari altrettanto entusiasti.
È la prova di come ci si può trovare bene con persone che non condividono interessi basilari. Di come le variazioni di coinvolgimento per i rispettivi interessi diventano zone franche di discorso in cui nasce rispetto e ammirazione. Reciproca stima, forse nel senso più fantozziano del termine, ma forse anche l’unico modo in cui posso spiegare un onesto equilibrio di amicizia uomo/donna dove nessuno ci perde, dove non esiste malizia, dove il silenzio è davvero silenzio e gli arrivederci arricchiscono sempre.
E intanto a Berlino mi abbordano le tipe.
un giorno mi ricorderò di questo periodo in cui ho cercato di cancellare aspettative, calcoli, congetture e strategie.
mi guarderò con indulgenza, sicurezza e tenerezza.
sorriderò ricordandomi quante volte mi sono chiesta come fanno gli altri a cavarsela.
sorriderò ricordandomi quante volte mi sono chiesta cosa mi piace fare veramente.
le lacrime ora scendono copiose nella notte, così metodiche, così fresche, che sono quasi diventate uno stile di vita. riempio i viaggi in macchina con le mie lacrime, fino a sentire la radio confusa e distante, fino ad incantarmi con il verde brillante dei semafori, mentre sottopongo il mio passato, il mio presente e il mio futuro a giudizio affilatissimo.
proverò dell’orgoglio per me ricordandomi la volta in cui ho saputo chiedere a gran voce un aiuto ammettendo che qualcosa da qualche parte si è infranto, è mutato ma ha anche rilasciato frammenti di cose buone di me che mi avrebbero aiutato, per vie misteriose, a diventare felice e soddisfatta, serena con gli altri, con le mie paure, con il vero della mia anima, a non aver paura delle conseguenze di un Ti voglio bene quando sento di dirlo, forte di questa spontaneità che ora sento solo come foriera di guai.
mi ricorderò e saprò coccolare l’immagine tutte le volte che ho premuto la faccia dentro il cuscino per soffocare il singhiozzo inarrestabile nella casa silenziosa, e quella volta che mi ha fermato la Finanza e io per evitare che vedessero i miei occhi gonfi mi sono strofinata goffamente il viso nella manica. “Si sente bene?” hanno chiesto. “Grandi preoccupazioni familiari” ho sussurrato, ma almeno mi hanno lasciato andare subito.
È il momento in cui bisogna stare calmi, in cui non dovrei riversare nulla di scritto per non avere sotto gli occhi quello che a distanza di breve tempo potrei leggere come “tempi felici passati”. E già solo così mi si inumidiscono gli occhi.
Questo ostinarsi a tenere tutto sospeso, a vivere solo oralmente e emozionalmente questa intensa inquietudine, pedalando forte respirando profondamente ascoltando questo respiro percependo il freddo delle lacrime che si asciugano sulle guance col vento, fa parte di un’insicurezza di fondo nelle mie capacità carismatiche che non ho ancora saputo dominare.
Eppure questa volta scrivo, dolorosamente, perché se qualcosa andrà storto dovrò tornare su queste pagine e affrontare ciò che ho perduto. Se l’ho perduto. Ma perché dovrei pensare che l’ho perduto?
Ho colpito una persona nel profondo. Posso dirlo. Ma quanto potrà resistere senza di me? Dopo quanto le cose che abbiamo condiviso diventeranno ricordi annacquati di cui poter quasi fare a meno, o da rivivere ridimensionati?
Le relazioni che si susseguono, i rapporti che allaccio con persone speciali, a ondate diventano sempre più qualitativamente preziosi. Sento che riesco a comunicare qualcosa di abbastanza speciale. So entrare in alcune interessantissime solitudini, e so farlo in punta di piedi.
Ho percepito grande sincerità e mi ha scaldato il cuore. Ma quanto posso dirglielo prima di apparire petulante? Quando questa severità con me stessa diventa pericolo reale?
Non saprei dire se sono una persona che ha bisogno di essere rassicurata; mi affido a comportamenti familiari, a schemi che ad esempio hanno permesso l’amore fra i miei genitori e mi sembra tutto così irraggiungibile da una come me, forse docile, forse scialba, forse stabile, forse troppo noiosa per rimanere impressa.
Sto scrivendo, mi interrompo per fuggire in bagno e guardare il mio riflesso nello specchio mentre piango, proprio come piangevo nel suo bagno pregando supplicando qualche indefinito essere superiore, lui, me, il mondo, che non intervenga nessun elemento di qualsiasi natura a interrompere tanta empatia genuina leggera e bella.
Per una volta nella mia vita, lasciami ottenere ciò che voglio. Sarebbe la prima volta.
Va di moda, tra i ricchi, scegliere le mete di vacanza estiva nel modo in cui i bambini scelgono, sul mappamondo, i luoghi in cui abiteranno in futuro, ossia semplicemente facendolo girare vorticosamente e poi fermandolo brutalmente con un dito buttato a caso sul globo; adesso invece si fa così…